Ortrugo, ti racconto una storia. Una giornata dedicata al vitigno autoctono piacentino

Nella mattina di mercoledì 12 maggio l'Università Cattolica di Piacenza ha aperto le porte a un convegno dedicato al vitigno autoctono piacentino Ortrugo, il vitigno a bacca bianca ben noto a chi segue il nostro sito e beve vini dei colli piacentini.

Il convegno dal titolo "Ortrugo, ti racconto una storia" è stato aperto dal Preside della Facoltà di Agraria, Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza Lorenzo Morelli. "Lo scopo - ha spiegato - è quello di raccontare come la ricerca, in particolare quella condotta mediante le tecniche di genetica molecolare, possa da un lato servire a verificare quanto la tradizione racconta, dall'altro sia di suporto a quanto c'è di tipico e caratteristico".

Ortrugo: la riscoperta di un vitigno storico

roberto miravalle al convegno sull'ortrugo Il convegno, dopo un intervento dedicato ad Expo 2015, si è aperto con l'esposizione di Roberto Miravalle delle ricerche storiche condotte sul vitigno che hanno smentito quanto si supponeva fino ad oggi e cioè che il nome Ortrugo identificasse un gruppo di diversi vitigni senza una vera identità che venivano utilizzati per tagliare i vini bianchi. La relazione "Ortrugo: la riscoperta di un vitigno storico" ha messo invece in evidenza come il nome Ortrugo abbia da sempre identificato uno ed un solo vitigno a bacca bianca. Se ne trovano tracce in documenti storici di metà Ottocento. La trascrizione del nome varia nel corso degli anni fino al 1927 quando il prof. Toni su Italia Agricola utilizza per la prima volta il nome Ortrugo e lo rende definitivo.

Il vitigno ha avuto alterne fortune, utilizzato come vitigno migliorativo in uvaggio con altri vitigni autoctoni sui Colli Piacentini è poi stato sostituito da altre uve fin quasi a scomparire fino agli anni Settanta quando è stato ritrovato dal viticoltore Luigi Mossi, salvato e recuperato fino a raggiungere gli attuali 524 ettari vitati ad Ortrugo presenti oggi in provincia di Piacenza.

Proprio in questi giorni tra l'altro è in corso di approvazione il nuovo disciplinare di produzione dell'Ortrugo che diverrà quindi una doc a se stante. Sul territorio collinare piacentino a breve avremo quindi in vigore 5 disciplinari di produzione di vino: le DOC Colli Piacentini, Gutturnio e Ortrugo e le IGT Valtidone e Terre di Velleja.

La storia dell'Ortrugo, auspica il Prof. Miravalle, dovrebbe diventare emblematica e serivre da esempio per il salvataggio di altri vitigni minori sia nel piacentino che in altre zone d'Italia.

Lo studio del genoma della vite conferma l'unicità del vitigno Ortrugo

grappolo di ortrugoDopo un intermezzo musicale del gruppo Enerbia, che hanno presentato alcuni pezzi della tradizione delle Quattro provice, ha concluso i lavori il Prof. Mario Pezzotti, Docente di Genetica Agraria presso il Dipartimento di Scienze, Tecnologie e Mercati della Vite e del Vino dell’Università degli Studi di Verona. Come membro del consorzio VIGNA - Itis GeNome Analysis ha esposto i risultati delle ricerche condotte negli ultimi 10 anni sul genoma della vite. Così viene presentato il progetto sul sito del consorzio VIGNA: "il Progetto si propone di applicare approcci di analisi genomica avanzata per approfondire le conoscenze dell'informazione genetica contenuta nel genoma della vite. Ciò consentirà di comprendere i sistemi genetici complessi che regolano tutti i processi fisiologici e di sviluppo della vite e i meccanismi di risposta agli stimoli ambientali. Queste conoscenze sono fondamentali per sviluppare concetti teorici nuovi e strumenti molecolari per valutare analiticamente la grande variabilità genetica che caratterizza la vite, per preservare e valorizzare le risorse genetiche disponibili, per una viticultura moderna."

Il prof. Pezzotti ha spiegato come è stata condotta la ricerca: "Queste ricerche sono stete rese possibili sia dal progresso tecnologico e scientifico che dallo stanziamento di consistenti fondi sia pubblici che privati in un progetto che ha visto interagire Italia e Francia: "Per sequenziare la prima varietà di uva (avevamo scelto un'uva non utilizzata in campo vinicolo) avevamo speso con i francesi 13,5 milioni di euro. 6,5 sono stati messi dai francesi e 7 sono stati messi dagli italiani, sia da istituzioni che da privati. Adesso per sequenziare un vitigno grazie alle informazioni già a disposizione si possono spendere molti meno soldi e quindi è molto più accessibile a tutti compreso ai cinesi che hanno costrito un grande laboratorio con 250 macchine e stanno mandando e-mail in tutto il mondo perché devono far girare queste macchine e avere l'informazione genomica."

Per entrare poi nello specifico di come è stato studiato il caso dell'Amarone: "Con gli industriali del mondo del vino di Udine ci siamo chiesti che cosa fa unico l'Amarone, abbiamo quindi decodificato il genoma di corvina, la varietà principale con cui si fa l'amarone e abbiamo trovato grandi differenze tra la Corvina e la prima varietà che avevamo sequenziato con i francesi." Grandi differenze sono state anche riscontrate dal punto di vista del genoma tra l'uva appena colta e l'uva passita: "Che cos'è la tipicità? E' poter dire, ad esempio nel caso dell'appassimento dell'uva corvina per fare Amarone, che nel momento dell'appassimento si attivano dei geni che prima non erano attivati e che danno a quel vino quei sapori, quell'aroma e quel corpo che prima tutti conoscevano ma che non sapevano che erano geneticamente derivati. E questo è secondo noi molto importante."

E veniamo all'Ortrugo sempre citando il prof. Pezzotti: "Con gli innovativi strumenti molecolari è stato quindi condotto uno studio di caratterizzazione dei 1024 vitigni presenti nella collezione nazionale di Conegliano Veneto allo scopo di chiarire le loro origini, le relazioni di parentela e le eventuali omonimie e sinonimie. Lo studio ha chiarito sinonimie od omonimie dell’Ortrugo con le altre varietà in esame. In particolare è emerso che non esistono nell’ampia collezione esaminata altri vitigni con la stessa denominazione, ne’ vitigni identici ad Ortrugo, coltivati sotto nomi diversi.  Inoltre non è stato  possibile identificare alcun rapporto di parentela tra Ortrugo e altri vitigni, affermando quindi l’unicità di questo vitigno e confermando la sua origine autoctona del Piacentino.

Conclusioni

uno dei piccoli piatti proposti da La Palta al termine del convegnoAl termine delle relazioni è stata offerta agli intervenuti una degustazione di Ortrugo di diversi produttori accompagnata da piccoli piatti preparati da Isa Mazzocchi e Roberto Gazzola del Ristorante La Palta. Abbiamo avuto l'occasione di riassaggiare diversi vini che seguiamo da anni nella loro evoluzione, per citarne solo alcuni l'Ortrugo di Mossi, di Torre Fornello, di Tenuta Pernice, di Barattieri.

Abbiamo apprezzato vini che pur provenendo da un'unico vitigno hanno caratteristiche diverse, date sicuramente dal terroir e dal modo di vinificazione in cantina, nessuno ci toglie però il dubbio che questa varietà e complessità sia data anche dalla presenza nei vigneti di varietà diverse di Ortrugo. Solo da pochi anni infatti sono disponibili sul mercato due cloni di Ortrugo selezionati presso l'Università di Piacenza il PC ORT 80 e il PC ORT 81 ma, come specifica il Prof. Poni nella scheda ampelografica del vitigno Ortrugo fornita ai partecipanti al convegno "sarebbe necessario selezionare altri biotipi con grappoli di dimensioni più contenute e meno compatti."

Lo studio sul genoma dell'Ortrugo compiuto dal consorzio VIGNA è stato ovviamente effettuato su un'unica varietà e si è spinto sufficientemente a fondo da poter confermare quanto già gli studi storici e l'esperienza avevano messo in mostra, cioè che si tratta di un vitigno unico.

Fortunatamente le colline piacentine accolgono ancora molti vigneti di Ortrugo abbastanza vecchi per poter ancora contenere piante diverse, vi è nei vigneti piacentini una ricchezza di varietà di Ortrugo che sarebbe un peccato perdere. Contiamo sul la passione, l'impegno e la consapevolezza che hanno contraddistinto il lavoro di molti viticoltori piacentini e dell'Università Cattolica di Piacenza perché questo patrimonio non vada perduto e l'Ortrugo piacentino possa davvero distinguersi.

Del resto solo qualche settimana fa un grande vecchio del vino, quel Pino Ratto amico di Luigi Veronelli che ad Ovada produce il miglior Dolcetto d'Italia, diceva che "per fare un grande dolcetto bisogna partire da un vigneto che contenga almeno 15 varietà di uva dolcetto." Forse anche questo potrebbe essere un punto su cui ragionare per trovare altre strade di studio e di lavoro su cui sviluppare la viticoltura e l'enologia sui colli piacentini e in genere in Italia.

Articolo a cura di Barbara Pulliero pubblicato il 25 maggio 2010